Il pianto inconsolabile del neonato

Il pianto inconsolabile del neonato

Un pianto improvviso

Dopo la nascita di nostra figlia i giorni cambiarono totalmente; tutte le maggiori attenzioni erano per lei. Naturalmente era iniziato uno straordinario percorso che ci portava ogni giorno a conoscerla sempre di più. Tuttavia, dopo i tre mesi, iniziò un tempo molto particolare che ci mise davvero alla prova. Come un vento impetuoso ci colse un periodo in cui la nostra bimba in certi momenti piangeva e risultava molto difficile se non impossibile consolarla. Infatti se prima la gestione era abbastanza ordinaria e prevedibile, questo fatto cominciò a impegnarci in un altro modo. 

Le giornate passavano tranquillamente, ma verso sera più o meno allo stesso orario la nostra bimba iniziava con un pianto disperato. Lei iniziava intorno le 17, anche se poco prima era tranquilla, magari dormiva o era attaccata al seno. Ad un tratto iniziava a piangere, apparentemente senza motivo perchè non sembrava ci fossero segni di malessere fisico: febbre, pannolino sporco, tosse, fame, ecc. Perciò il pianto ci appariva del tutto senza senso. La prima volta che arrivò questo tipo di pianto provammo paura, smarrimento, sconforto.

Ed ora che si fa?

Facemmo le dovute e scontate ricerche su internet, ma soprattutto consultammo il nostro pediatra per avere un ritorno. Ne parleremo, ma nei primi tempi le visite e i consulti dal pediatra erano molto frequenti.  Questo perchè i dubbi erano molti e non si voleva prendere sottogamba nulla. Quando fummo rassicurati che la bimba stava bene, i pianti non diminuirono, ma il nostro approccio cambiò un pò alla volta. 

Era chiaro che era un pianto che manifestava un malessere, ma altrettanto chiaro era che non potevamo eliminarlo attraverso strategie o distrazioni. Doveva in qualche modo esprimersi con tutta la sua forza. La nostra piccola stava comunicando, stava crescendo, stava portando a noi le sue difficoltà nell’unico modo per lei possibile: il pianto. 

Arrivammo alla conclusione che c’era solo una cosa da fare: accettare questa condizione e cercare di accoglierla. Facile a dirsi, ma difficile a farsi per le molte implicazioni emotive che presentava. Inoltre il pianto non durava poco. Proseguiva anche per diverse ore, con brevissime interruzioni. L’emozione più intensa che si viveva in quei momenti era il senso di impotenza che ci faceva stare male oltre al fatto ovviamente di vedere la nostra piccola in difficoltà.

Il pianto inconsolabile vissuto dalla mamma

Dopo le fatiche del parto e del ritorno a casa in qualche modo la nostra famiglia aveva trovato un equilibrio. Pur sempre pieni di apprensioni di fronte all’esperienza nuova che ci stava coinvolgendo, in realtà ci trovammo di fronte ad un periodo piuttosto sereno. La nostra piccola aveva trovato i suoi ritmi di sonno e veglia, l’allattamento proseguiva bene.

All’improvviso però arrivarono momenti duri, di preoccupazione e di frustrazione; tutti dettati dall’insorgere di un pianto forte e continuo che ci lasciò senza parole.

Perchè quel pianto?

Ricordo che durante i primi episodi la necessità di trovare una spiegazione fisica, magari medica fu prevalente. Il confronto con la pediatra, con altre mamme di cui mi fidavo, ma nulla mi faceva approdare ad una risposta. Restava un mistero il perché la mia bambina da un momento all’altro iniziava a piangere in un modo straziante per ore.

Qualche risposta la trovai in ricerche estere, quel tipo di pianto era la manifestazione del suo crescere e ci inondava in pieno durante le serate.

Provai rabbia perché tutte le strategie che mettevo in atto non servivano a nulla. Preoccupazione perché avevo paura che stesse male e di non essere in grado di capirlo in tempo. Pena perché vedevo quell’esserino che si disperava e di tanto in tanto ci cercava con gli occhi come a verificare che fossimo ancora lì.

Seguì un periodo in cui tra me e il mio compagno si insinuò l’accettazione di quanto non potevamo cambiare.

Fu così che…

Spesso la prendevo in braccio e pian piano cantavo una canzone, oppure le leggevo qualcosa. Tutto questo serviva a me per restare calma. Tuttavia lei sembrava aver voglia di strillare tutta la sera o almeno finché la mancanza di forze la portava a chiudere gli occhi e a riposare.

Devo ammettere che le giornate cambiarono radicalmente. Infatti ogni pomeriggio attendevo quel momento con frustrazione, ma col tempo mi accorsi di poter usare l’attesa per predispormi a quel pianto e per far sentire alla mia bambina tutta la serenità di cui aveva bisogno.

Più volte nell’arco dei mesi ebbi la sensazione o la paura che quello stato non sarebbe più cambiato e, sinceramente, come e quando sia terminato non lo ricordo neanche più.

Tutto questo ha lasciato chiaro in noi la consapevolezza che momenti come quello, in cui ci saremmo sentiti così in difficoltà, ne sarebbero arrivati tanti e per i più disparati motivi.

Però quel pianto ci aveva offerto la possibilità di confrontarci con il limite del nostro ruolo e quindi di prepararci anche come coppia a quanto sarebbe arrivato dopo.

Il pianto inconsolabile vissuto dal papà

Il periodo in cui la nostra piccola piangeva in modo inconsolabile fu davvero difficile. Mi trovai a gestire diverse emozioni. Ovviamente all’inizio cercai diverse strategie per calmarla: parlare con dolcezza, cantare, ascoltare la musica rilassante (pure quella a 432 Herz), abbassare gli stimoli il più possibile, distrarla con giochetti, ecc. Il risultato era sempre lo stesso: non cambiava nulla e la nostra bimba non si calmava. Questi insuccessi mi portarono ad avere una forte frustrazione che a volte sfociava anche in rabbia per una situazione che non potevo controllare. Infatti era il senso di impotenza quello con cui dovevo confrontarmi maggiormente, davvero difficile da accettare. Così come era difficile accettare il pianto disperato di mia figlia. Una piccola persona di poco più di tre mesi me lo stava facendo vivere in modo molto intenso. Il pianto durava anche tre/quattro ore con qualche brevissima pausa. Una volta terminato la bimba prendeva sonno stremata ed io mi sentivo annichilito, senza forze, svuotato. 

Seguirono riflessioni e confronti soprattutto per elaborare gli stati d’animo che in quei momenti mi assalivano. Fu importante cambiare punto di vista e arrivare alla conclusione che quel pianto non si poteva calmare. Dovevo innanzitutto accettare il pianto come espressione, seppur violenta. Era importante ammettere la  mia impotenza nel non riuscire a cambiare la situazione e infine accogliere quel il pianto sebbene sarebbe terminato dopo diverse ore. 

Imparai

Fu così che nel momento critico, prendevo la mia piccola in braccio. Spesso mi sedevo sul divano e me la posavo sulle gambe tenendola difronte a me. Mi convinsi che ci sarebbe voluta tanta pazienza e tanto tempo. Considerai che era importante controllare le mie emozioni così come farle sentire la mia presenza. Compresi sempre più che era importante parlarle con calma, accarezzarla e farle sentire che io ci sarei sempre stato. Imparai sempre più a non entrare troppo nel suo disagio, ma a farle sentire la mia calma nonostante il pianto. Accettai quella fase come un passaggio importante per la sua crescita, anzi la nostra. Un passaggio fondamentale per costruire il nostro rapporto. La pena nel vedere la sofferenza della mia bimba non cessò, ma non provai più gli stati d’animo che mi portavano ad esasperarmi troppo. Per arrivare a questo fu davvero importante il confronto con la mia compagna e fu importante accettare i miei limiti e le mie fragilità. Posso dire con una parola che soprattutto fu necessario ACCETTARE. 

 
 

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